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Su Pranu

La collina di Su Pranu, che percorre da nord a sud la Penisola del Sinis, domina – con la sua dolce forma ondulata e le numerose torri nuragiche, che si ergono come vedette sulle principali alture – l’intero territorio di Cabras. Il piccolo altopiano si innalza a ovest dello Stagno di Cabras e, dopo aver raggiunto la sua massima elevazione a Punta S’Ragara (circa 92 metri s.l.m.), digrada poi dolcemente verso la costa occidentale della Sardegna, fino a gettarsi nelle acque prospicienti l'Isola di Mal di Ventre e lo scoglio del Catalano.

Su Pranu, pur non presentando una altezza media molto elevata, raggiunge in alcuni tratti delle pendenze particolarmente significative, tanto da giustificare l'appellativo di “Su Monti” – e cioè “Il Monte” – che gli veniva familiarmente attribuito dai Cabraresi.

La sua particolare posizione nel territorio di Cabras ne fa, inoltre, un vero e proprio baluardo naturale contro la furia del vento di maestrale che spazza frequentemente le coste occidentali della Sardegna. L'altopiano è costituito prevalentemente da rocce basaltiche che si presentano, in particolare lungo le coste, alternati o sovrapposti a rocce di tipo calcareo e arenarie, a testimonianza della lunga e complessa storia geologica di questa particolare area dell'Isola. L'aspetto attuale, che viene spesso definito “semidesertico”, è in realtà il frutto di una lunghissima evoluzione storica e dell'incessante interazione tra l'uomo e la natura.

La regione di Su Pranu presenta, infatti, tracce di insediamenti umani sin dalle epoche più remote: oggetti risalenti alla più antica preistoria sono stati rinvenuti nell'area di Is Aruttas, ed in particolare attorno alla piccola caverna nota come S'Arutta de is Gattus (La Grotta dei Gatti). Particolarmente significativa risulta la presenza umana a partire dal Neolitico, come testimoniato dai numerosi villaggi prenuragici come quello di Sa Cora de Sa Scaffa, dalle tombe dei giganti, dai dolmen e dai menhir (detti in Sardo “predas fittas”) sopravvissuti fino ai primi anni del '900 e malauguratamente rasi al suolo durante l'espansione agricola del Dopoguerra.

A testimonianza della grande importanza di questo territorio durante il periodo nuragico rimangono gli  oltre cento nuraghi (detti in dialetto cabrarese “brachis” o “archis”) che punteggiano l'intero altopiano, ed in particolare percorrono in senso longitudinale da nord a sud l'intera Penisola del Sinis, fino alla torre di San Giovanni – che poggia infatti su un antico nuraghe – e a Capo San Marco. La maggior parte di essi si presenta al giorno d'oggi in un cattivo stato di conservazione, mentre altri sono parzialmente sommersi dalla terra, tanto che risulta visibile solo la sommità della torre.

Fino agli anni '50 del secolo scorso era possibile addentrarsi all'interno di alcuni dei nuraghi che dominano il villaggio di San Salvatore e percorrere qualche centinaio di metri sotto terra all'interno di stretti cunicoli, cosa che aveva fatto nascere la leggenda che tutti in nuraghi del Sinis fossero collegati tra loro e che questo percorso sotterraneo sfociasse in una qualche grotta sulla riva del mare. Tra i più importanti nuraghi presenti a Su Pranu si possono ricordare quello di S'Ragara – dalla cui sommità, nei giorni in cui il cielo è più terso, si può dominare quasi tutta la costa occidentale della Sardegna, da Capo Caccia vicino ad Alghero fino a Capo Pecora nel Sulcis –, Figu de Cara e Piscina Arrubia.

Al periodo nuragico vengono fatte risalire anche le grandi statue di pietra rinvenute a Mont'e Prama nel corso di lavori di aratura, e attualmente in corso di restauro. Durante le epoche successive, ed in particolare durante il periodo romano, buona parte delle aree pianeggianti del Sinis erano adibite alla coltura dei cereali, e tracce di edifici di epoca romana, come terme e granai, sono state rinvenute attorno al villaggio di San Salvatore, alle pendici della collina. Sebbene molto modificato dalla costante presenza umana, fino ai primi anni del '900 Su Pranu si presentava ancora coperto da una fitta boscaglia di macchia mediterranea nella quale spiccavano boschetti di lecci e di sughere, come testimoniato ancora oggi da alcuni toponimi come S'Ibighi (Il Leccio) o Matt'e Suergia (Il Sughero), e in cui vivevano ancora i cervi e più anticamente anche i daini.

Nelle aree fertili del Sinis, a est di Su Pranu, si praticava, invece, un sistema di rotazione delle colture noto come “comunella”, che consisteva in una sorta di proprietà collettiva delle terre agricole e di gestione comune del bestiame, costituito anticamente soprattutto da cavalli e bovini, ed in tempi recenti per lo più da ovini. Nel 1903 si registra il primo incendio a memoria d'uomo, che, partito da un campo vicino alla torre di Su Pottu, poco lontano da Cabras, arrivò fino a San Salvatore e si spinse fino alle pendici di Su Pranu, alterando per la prima volta il secolare equilibrio tra uomo e natura nel territorio del Sinis.

A partire dalla metà degli anni '50 la riforma agricola pose fine al sistema della comunella, e l'intero Sinis venne disboscato e adibito a terreno agricolo. Sopravvissero intatte solo le regioni meno fertili, come la sommità rocciosa di Su Pranu, alcuni tratti di costa, Capo San Marco e il promontorio di Turr'e Seu. Nonostante i frequenti incendi che ne hanno tormentato la vita nei decenni passati, e il più recente assedio edilizio che ne ha pesantemente modificato la fisionomia negli ultimi anni, Su Pranu si presenta ancora oggi interessante dal punto di vista naturalistico: il paesaggio offre ancora delle viste spettacolari su tutto il Sinis, e la sensazione di spazio è accresciuta dalla vista sugli stagni, sul mare e sul Montiferru, così che - per un particolare effetto prospettico – tutto il territorio appare molto più vasto ed arioso di quanto sia in realtà.

La formazione vegetale predominante è la macchia mediterranea, nella quale vivono tartarughe, bisce e altri rettili, ricci, conigli e lepri, donnole e volpi, mentre le torri dei nuraghi e gli anfratti rocciosi offrono rifugio a numerose specie di rapaci, tra cui il falco pellegrino e i falco della regina.


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